LA SANITA’ CHE FUNZIONA E’ QUELLA CHE INVESTE NELLA RICERCA E NEL PERSONALE, PER ASSICURARE LE CURE PIU’ AVANZATE. IL CASO DELLA REGIONE PIEMONTE, RACCONTATO A leccecronaca.it DAL DOTTOR ANTONIO MACONI
di Cristina Pipoli ____________
“L’interesse che nutro per la sanità, si è sviluppato sin da giovanissimo”.
Antonio Maconi, 61 anni, nato a Pavia, poi trasferitosi ad Alessandria, direttore del Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione dell’Azienda Ospedaliera e Universitaria – DAIRI – mi riceve nel suo studio dell’ospedale Santissimi Antonio e Biagio e Cesare Arrighi.
Non sposta mai il suo sguardo mentre lo intervisto, ha le mani incrociate, anche la sua posizione non cambia. A volte sorride. Appena ha iniziato a rispondermi i suoi occhi si sono illuminati e sono rimasti così per tutte quante le risposte. Sarebbe bello se tutti gli operatori sanitari avessero la sua stessa gioia di lavorare, questa stessa sua passione.
D- Dottor Antonio Maconi, quali studi ha fatto?
R-Ho studiato medicina e poi ho preso specialità in chirurgia generale e chirurgia toracica.
D-Da quanto tempo lavora nella Direzione Sanitaria di Presidio?
R- Dal 2004.
D-C’è stata un’età in particolare in cui si è sviluppata la sua passione per il mondo sanitario?
R-L’aspetto organizzativo e di governance si è sviluppato intorno agli anni 2000. Ho invece deciso di studiare Medicina al termine del Liceo Classico. Ho dei bei ricordi se ripenso a quando ero uno studente universitario…
D- Il DAIRI opera solo su Alessadria?
R- No, ha un ruolo regionale. Fa parte infatti di uno dei dipartimenti di Azienda Zero, la struttura sovraziendale del sistema sanitario piemontese.
D-Quando è stato fondato l’ospedale in cui ci troviamo?
R-L’ala in cui siamo ora è stata inaugurata verso la fine del XVIII secolo, intorno al 1790. L’ospedale “S. Antonio Biagio”, invece, risale al XVI secolo: fu fondato grazie all’intervento di Papa Pio V, che finanziò la fusione di diversi ospedali cittadini. Alessandria, infatti, ne contava una decina, che confluirono nell’“Ospedale Grande” o “S. Antonio Biagio” attorno alla metà del Cinquecento.
D-Di cosa si occupa prevalentemente il DAIRI?
R-Qui ci occupiamo di vari tipi di ricerca in ambito sanitario. La ricerca preclinica, in collaborazione con l’Università del Piemonte Orientale; la ricerca clinica, organizzata in modo strutturato attraverso un Clinical Trial Center ed un Grant-Office con personale dedicato – uno dei primi esempi in Piemonte; la ricerca traslazionale, condotta insieme all’Università del Piemonte Orientale e con il contributo dei clinici degli ospedali di Alessandria e, in parte, di Casale Monferrato; la ricerca delle professioni sanitarie; la ricerca organizzativa. Abbiamo inoltre un’ampia sezione dedicata alle Medical Humanities. Abbiamo diverse sedi di questo dipartimento, di cui una è a Casale Monferrato, dove si trova anche il Centro Regionale Amianto, struttura di riferimento a livello regionale”.
D-L’amianto, il killer silenzioso, colpisce ancora oggi le vie respiratorie delle persone?
R-Sì, purtroppo sì. Dipende da zona a zona, ma è una battaglia che, almeno in Italia e nella nostra area, ha avuto sviluppi positivi. In molte altre parti del mondo, però, il rischio legato all’esposizione alle fibre di amianto è ancora poco considerato.
Lo sviluppo delle patologie correlate all’amianto è lento e progressivo. Si tratta di esposizioni ripetute nel tempo. Casale è diventata il simbolo di questa battaglia, perché ospitava lo stabilimento Eternit. Da lì è nata una vertenza di enorme portata, con risvolti legali, sociali, politici e sanitari. Da quell’esperienza è nato il nostro dipartimento, di forte rilevanza anche a livello Regionale.
D-Parliamo del lavoro d’équipe: quanto è importante avere un gruppo unito e comunicativo?
R-È fondamentale, soprattutto in un dipartimento grande come il nostro. Coinvolge molte persone, alcune impegnate a tempo pieno, altre che collaborano part-time mantenendo altri incarichi nel sistema sanitario. È essenziale trovare un linguaggio comune e lavorare affinché il team sia il più coeso possibile.
D-Quanti operatori lavorano nel dipartimento?
R-Il livello di complessità è doppio: da un lato abbiamo la varietà delle professionalità coinvolte, dall’altro l’integrazione tra figure diverse. Un ruolo fondamentale lo ha avuto anche il personale amministrativo, con percorsi specifici. Abbiamo biologi, statistici, epidemiologi, coordinatori della ricerca, medici… tante figure da mettere in sintonia. Allo stesso modo, cerchiamo una sintesi con i colleghi universitari, che svolgono attività clinica ma anche scientifica. È un’équipe ad alta complessità.
D-Gli educatori professionali che decidono di specializzarsi nel coordinamento sanitario possono, secondo lei, cooperare più attivamente con una struttura sanitaria come la vostra?
R-È un tema complesso. Sicuramente in futuro potremo coinvolgere figure diverse nelle nostre attività. Tuttavia, credo che nei prossimi anni dovremo concentrarci soprattutto sul perfezionamento di chi già si occupa di ricerca.
Abbiamo investito molto per costruire la figura professionale del coordinatore della ricerca, adattandola al contesto piemontese. A livello nazionale esisteva già, ma noi abbiamo voluto rafforzarla. In collaborazione con l’Università del Piemonte Orientale, abbiamo attivato un master in management e coordinamento per la ricerca.
D-Proprio martedì scorso, 25 marzo, Lei ha avuto un ulteriore riconoscimento professionale: in Regione Piemonte è stato nominato coordinatore del gruppo di lavoro regionale sugli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, i così detti IRCCS. Che cosa sono?
R- Sono ospedali di eccellenza che perseguono finalità di ricerca nel campo biomedico ed in quello della organizzazione e gestione dei servizi sanitari.
D-Ci può spiegare meglio questo suo nuovo incarico e perché sia importante?
R-Si tratta di un passo importante per progettare, organizzare e implementare i percorsi di riconoscimento di nuovi IRCCS pubblici, con l’obiettivo di valorizzare la ricerca e migliorare l’assistenza sul nostro territorio .
Attualmente in Piemonte gli IRCCS sono solo due ed entrambi privati: promuovere nuove realtà pubbliche significa garantire ai cittadini cure sempre più avanzate, attrarre professionisti e risorse, e costruire una sanità regionale all’altezza delle sfide future di salute.
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