LA PREMIER GIORGIA MELONI IL GIORNALISTA BARBACETTO E LE VITTIME DELL’ODIO COMUNISTA, RAMELLI E MORO.

| 17 Marzo 2025 | 0 Comments

Valerio Melcore_______Cosa c’entra Giorgia Meloni, Capo del Governo, prima donna in Italia a ricoprire questo ruolo, nonché leader indiscussa in Europa, con un giornalista come Gianni Barbacetto, ma sopratutto cosa ha a che fare quest’ultimo con Sergio Ramelli uno studente diciottenne e Aldo Moro Presidente della Democrazia Cristiana, entrambi uccisi dai comunisti negli anni ’70?

A prima vista nulla, eppure non è così.

Gian Battista Barbacetto, detto Gianni è nato a Milano il 21 marzo del 1952, anche Sergio Ramelli è nato a Milano il 6 luglio del 1956 i due , si può dire che fossero coetanei. Solo che Sergio a differenza dei tanti, dei più, era un ragazzo coraggioso e nonostante le minacce, gli insulti, la discriminazione, la violenza quotidiana perpetrata dai comunisti nelle scuole milanesi, a differenza dei tanti struzzi, barbagianni e barbacetti, che facevano finta di non vedere, Ramelli non aveva paura di denunciare quello che gli succedeva intorno.
Questo ragazzino di appena 18 anni viene massacrato a colpi di spranga da 8 “coraggiosi compagni” che gli tendono un agguato sotto casa e lo colpiscono alle spalle mentre sta mettendo il lucchetto al motorino, dopo essere caduto per terra continuano a colpirlo alla testa. Trasportato in ospedale entrò in coma, morirà un mese dopo, il 26 aprile del 1975.

Ramelli non aveva precedenti penali, non aveva partecipato ad aggressioni, risse o minacce e non aveva attaccato manifesti né distribuito volantini a scuola, come stabilito dalle inchieste della magistratura e dagli atti del processo.

I responsabili furono identificati solo 10 anni dopo l’omicidio.
Perchè fu ucciso Sergio Ramelli?
Perché in un tema scolastico aveva condannato i crimini compiuti dalle Brigate Rosse,  biasimando il comportamento del mondo politico per il mancato cordoglio istituzionale di fronte alla morte di un pensionato e di un operaio, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, uccisi perchè erano all’interno della sede del MSI di Padova. Era il 17 giugno 1974
Quell’anno le diverse formazioni comuniste continuarono impunite, a minacciare e ad ammazzare, mentre lo Stato stava a guardare, mentre le forze politiche si giravano dall’altra parte e i Ministri degli interni democristiani, per compiacere il Partito comunista, continuavano a ripetere che la violenza veniva solo da destra e che:” Le sedicenti fantomatiche Brigate Rosse” erano un’invenzione della destra.

Come dichiareranno molti anni dopo alcuni componenti delle Brigate Rosse:
” Avevamo la sensazione di poter compiere impunemente qualsiasi azione”.

L’impunità che la Democrazia Cristiana, insieme ai partiti minori, garantì per anni ai terroristi comunisti, li rese sempre più sicuri e tracotanti.
Dopo aver ammazzato decine di simpatizzanti o esponenti della destra; uno tra i tanti, il Consigliere provinciale Enrico Pedenovi ucciso il 29 aprile del 1976 le BR pensarono che era giunto il momento di alzare il tiro.

“Uccidere un fascista non è reato” era scritto sui muri di Milano, naturalmente chi fosse fascista e chi no lo stabilivano i comunisti.
Tra i tanti “fascisti” capitarono nomi eccellenti come Indro Montanelli a cui le Brigate Rosse spararono il 2 giugno del 1977.

Uno dei primi sequestri di persona riguardò Bruno Labbate, un sindacalista della Cisnal, il sindacato vicino alla destra, avvenuto il 12 febbraio 1973.

Dopo anni di violenze, di rapimenti di assassinii, ai danni di uomini e donne della destra che, ricordiamolo,  era all’opposizione, i terroristi comunisti delle Brigate Rosse decisero di colpire al “cuore dello Stato”.

La mattina del 16 marzo 1978, l’auto che trasportava Aldo Moro fu bloccata in via Fani a Roma da un nucleo armato delle Brigate Rosse. Uccisero i due carabinieri, Oreste Leonardi e Domenico Riccci e i tre poliziotti, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, e Francesco Zizzi, che erano la scorta del sequestrato, il presidente della Democrazia Cristiana.
Nella giornata di ieri in occasione del 47° anno della giornata del rapimento dell’On. Moro e dell’uccisone degli uomini della scorta, si è svolta in via Fani una cerimonia per ricordare la strage.

Questa la telegrafica sintesi della storia degli anni ’70, cosiddetti Anni Piombo.
Quegli anni c’è chi, come me, li ricorda con tristezza, nonostante fossimo giovani e sognatori, sono un anno più piccolo di Ramelli e 5 di Barbacetto, c’è chi invece come quest’ultimo, evidentemente ha nostalgia di quegli anni, o comunque di quegli anni gli è rimasta una patina di odio di cui non riesce a liberarsi.
Ora ciò che hanno in comune Aldo Moro e sergio Ramelli lo abbiamo visto, entrambi sono stati vittime dell’odio comunista, ma anche perchè negli stessi giorni in cui il politico veniva omaggiato, il giovane veniva denigrato. Uno è stato un importante statista, presidente del più grande partito italiano, che governava il paese dal 1948, mentre l’altro era un ragazzino pieno di sogni e tra questi c’era quello di vivere in un paese civile dove ognuno potesse liberamente esprimere le proprie opinioni, senza la paura di finire in ospedale o peggio ancora.

Barbacetto non sappiamo cosa facesse in quegli anni, se teneva la testa sotto la sabbia o partecipava attivamente alla vita politica nella città in cui questi crimini che abbiamo raccontato sono avvenuti.

Quello che faceva allora non lo sappiamo ma sappiamo quello che fa oggi, ed è di uno squallore unico.

La regione Lombardia sta pensando a delle iniziative e dei progetti nelle scuole lombarde per la ricorrenza della morte di Sergio Ramelli e dell’avvocato Enrico Pedenovi.

Barbacetto però non è d’accordo, è perchè non è d’accordo?

 Non lo è perchè siccome alle recenti commemorazioni per la morte di Ramelli ci sono state alcune persone che hanno fatto il saluto romano, allora l’uccisione di Ramelli non deve essere ricordata nelle scuole. Quale sia la logica di questo ragionamento lo sa solo lui.

Leggiamo le parole dell’europarlamentare Carlo Fidanza, Barbacetto “vomita odio contro la memoria di Sergio Ramelli” attualizzando una tesi che “da qualche decennio nessuno aveva più il coraggio di dire”. Per il giornalista del Fatto, Ramelli non può essere considerato un eroe poiché “eroi si diventa per quello che si è compiuto da vivi, non per il fatto di essere morti”. E aggiunge, con un vero e proprio oltraggio alla memoria del giovane milanese: “Non può essere considerato eroe chi in vita professava un’ideologia fascista che giustifica l’uccisione della libertà e dei diritti di ciascuno. Ha diritto, questo sì, alla giustizia che lui stesso non avrebbe concesso agli avversari, ma eroe, per favore, no”.

Affermare che Ramelli “professasse un’ideologia fascista” per il fatto di essere iscritto al Fronte della Gioventù, non solo è una falsità ma infanga la memoria di un ragazzo che è stato barbaramente ucciso. Liquidare come “fascista” l’esperienza politica del MSI e del FdG e la sua complessa storia, significa esternare una superficialità disarmante.

Caro Barbacetto se come tu dici: “eroi si diventa per quello che si è compiuto da vivi, non per il fatto di essere morti”, allora sciacquati la bocca quando parli di Sergio Ramelli. Informati sul coraggio dimostrato da questo ragazzo che ha continuato a non piegare la testa di fronte ai comunisti che lo hanno offeso, processato, malmenato più volte, sino a quando ha pagato con la vita il suo amore per la Libertà. Di fronte a questo giovane eroe noi ci inchiniamo e dovrebbe farlo anche Barbacetto se avesse un minimo di dignità.

La Premier Giorgia Meloni sulla sua pagina Facebook ha scritto:
“In un vergognoso editoriale de “Il Fatto Quotidiano” viene infangata gratuitamente la memoria di Sergio Ramelli, giovane studente di destra ucciso a colpi di chiave inglese dall’odio rosso durante gli anni ‘70. Mi chiedo con quale dignità e coraggio si possano pensare o scrivere frasi così misere e vergognose nei confronti di un giovane ammazzato. Spero che il direttore Travaglio prenda le distanze da tali indegne parole pubblicate sul suo giornale”.

Io credo che non solo Travaglio ma le forze politiche e intellettuali di questo paese, compresi, anzi, soprattutto quelli che all’epoca tifavano per le Brigate Rosse, oggi dovrebbero prendere le distanze da simili vergognose argomentazioni.

Ramelli aveva il coraggio che a Barbacetto è mancato e forse è per questo che ancora oggi dalle sue parole si coglie l’odio e l’invidia, per il coraggio di quei giovani che per difendere i valori delle Libertà hanno rischiato la vita, a volte perdendola, per questo cerca di infangarli e di sporcarne la memoria.

Certo stupisce che Moro, per come è stato ucciso, lo si voglia fare santo e Ramelli, che nulla di male aveva commesso, subisce accuse infamanti da chi si auto definisce paladino della libera informazione.

_______Qui in basso la foto di un manifesto redatto dai ragazzi del Fronte della Gioventù di Lecce, che al di là di una certa ingenuità ci “restituisce” il clima di quegli anni.

Category: Costume e società

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