ACQUA PE STA TERRA – 4 / ”Il clima, almeno nei comuni del basso Salento, è cambiato perché non ci sono più alberi”
di Enrico Giuranno ________ (RIPUBBLICHIAMO IL NOSTRO ARTICOLO DEL 18 LUGLIO 2024) __________ Resistono a fatica le ultime pochissime anziane che, a tarda sera, quando l’asfalto e i mattoni si fanno meno roventi, tirano fuori di casa la loro sedia e riprendono le conversazioni interrotte dal sonno la sera prima.
Sono poche e anziane.
Gli altri iperconnessi, davanti agli schermi e ai loro condizionatori restano ben barricati in casa anche di notte.
Di giorno (specialemente dalle 10 alle 20) il paesaggio si fa desertico.
Non sto dietro alle rilevazioni e non mi intendo di meteo, di surriscaldamento globale e delle sue cause. Riesco a rilevare solo un clima più torrido del passato facendo appello alla mia memoria e una spiegazione da due soldi me la sono data anch’io.
Da bambino passavo tutta l’estate fuori di casa coi miei amici. Faceva caldo, ma specialmente al pomeriggio, mentre tutti riposavano eravamo i padroni indiscussi delle strade, delle piazze della città o in alternativa della campagna intorno al paese.
Quando faceva troppo caldo ci si poteva riposare sotto uno dei tanti ulivi o sotto al fico. Erano ombre diverse, i pigni non rinfrescavano troppo creando una sorta di cappa. L’ombra più ventilata, la mia preferita era quella degli eucalipti e quella più fitta e gigante quella del grande noce. La cornula (o carrubbo per gli studiati) era gigante, ma poco pratica perché era piena di piccole piantine in crescita sotto la pianta madre.
C’era tanta ombra, non tantissima come nei parchi delle grandi città. Non c’erano boschi, né pinete, ma l’ombra non mancava.
Poi venne la xylella e la motosega istituzionale in nome della scienza.
Il paesaggio cambiò per sempre e con lui finì definitivamente ogni scampolo d’infanzia, la spensieratezza di quei pomeriggi. Il clima, almeno nei comuni del basso Salento e nelle sue periferie è cambiato perché non ci sono più alberi.
La monocultura dell’ulivo è finita e anche l’ombra uniforme che ne derivava. Qua e là sono rimasti alberi diversi, isolati e pian piano sembrano sparire anche quelli.
Asfalto e cemento occupano tutto.
Chi in città aveva qualche metro di giardino ha pensato bene di sfruttare i vari condoni e ne ha fatto la camera per il figlio che ora vive a Londra o a Berlino o a Milano, o per la figlia che torna coi nipotini quindici giorni ad agosto e si rinchiude in casa per non svenire.
Unica ombra è quella delle case ad uno o due piani. Le auto roventi sotto il sole moltiplicano il caldo e uccidono ogni passante che avesse il coraggio di uscire di giorno.
Esistono le eccezioni virtuose: il bosco a Collepasso, il parco a Parabita, Montegrappa a Tuglie e qualche parco alberato a Matino.
Io però scrivo da Casarano e mi viene da piangere (e da sudare).
La mia amministrazione comunale, durante una delle ultime campagne elettorali ha inaugurato il parco lineare in uno dei quartieri più popolosi della città.
Ci ha speso qualche decina di migliaia di euro, ha intercettato qualche succulento fondo comunitario (notoriamente soldi nostri che ritornano solo in parte), lo ha presentato alla città, il parroco lo ha benedetto, i politici ci hanno fatto lunghi e condivisibili discorsi, qualche foto d’occasione e poi, il tutto è stato consegnato all’incuria, al vandalismo e alle zanzare.
Nessuno che si sia preoccupato di portare un secchio d’acqua alle piantine appena messe. Dopo un anno, neanche a dirlo: il deserto.
Ora nuovi fondi del PNRR (sempre soldi nostri che restituiremo noi, i nostri figli e i nostri nipoti con gli interessi) serviranno a rifare a trent’anni dall’ultimo rifacimento la villa comunale. Fra i cittadini è tanta la paura di fare debiti per avere ancora quattro alberi secchi e qualche giostrina devastata.
Perché i fondi per le opere si trovano, quello che invece i contributi comunitari proprio aborriscono è la gestione ordinaria e la manutenzione di quelle opere che una volta ultimate e inaugurate restano alla mercé di vandali e zozzoni.
Questa situazione responsabilizza ancora una volta i cittadini. Constatata l’impossibilità delle amministrazioni a gestire efficacemente il verde (o quel che ne resta) per quanto possibile, sono i singoli, le associazioni, le parrocchie (e chi più ne ha più ne metta) che dovrebbero prendere l’iniziativa. Piantare in autunno qualsiasi cosa (ormai internet offre tutorial per qualsiasi cosa) e adottare qualche giovane albero preoccupandosi di innaffiarlo in estate. lo chiama qualcuno, buon senso direbbero in molti. Qualcuno già lo fa.
Se poi nel frattempo, agli amministratori venisse in mente qualcosa di meglio, ben venga, ma non c’è più tempo da perdere. Un albero e la sua ombra sono la ricchezza più grande nell’estate salentina.
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LA RICERCA nei nostri tre articoli di oggi immediatamente precedenti
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L’APPROFONDIMENTO nel nostro articolo di ieri
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