Mostra sulla pop art

| 10 Luglio 2012 | 0 Comments

 

Invito per i nostri amici della community di leccecronaca.it

Vincenzo Centorame, presidente della fondazione Michetti, ci invita tutti a Francavilla al mare – in provincia di Chieti – dal 21 luglio al 31 agosto, a uno degli eventi artistici e culturali più importanti dell’anno, la mostra sulla pop art

 

 

 

POPism
L’arte in Italia dalla teoria dei mass media ai social network

a cura di Luca Beatrice

 

/63° edizione del Premio Michetti

Fondazione Michetti Palazzo S. Domenico – Francavilla al mare – Chieti

 

Dal 21 luglio al 31 agosto 2012

 

 

 

Inaugurazione sabato 21 luglio ore 19.00

 

La 63° edizione del Premio Michetti, curata da Luca Beatrice, aprirà il 21 luglio 2012 a Francavilla al Mare (CH) con la mostra Popism. L’arte in Italia dalla teoria dei mass media ai social network. Esposte le opere di alcuni interpreti della Pop Art italiana insieme a giovani artisti che per il loro linguaggio, i temi che affrontano e le loro scelte poetiche offrono una interessante visione della sua evoluzione dopo oltre cinquant’anni dalla nascita.

 

Unica corrente artistica, insieme al Surrealismo, a essere ancora viva e in continua trasformazione, la Pop Art non ha mai smesso di essere sfruttata e apprezzata da artisti e pubblico.

In un mondo dove spesso l’arte contemporanea assume contorni intellettualistici e viene associata a un atteggiamento elitario, i colori vivaci, i temi popolari e la riconoscibilità degli oggetti rappresentati offrono a chi realizza le opere, e a chi le guarda, la possibilità di godere dell’arte come di una forma di intrattenimento.
La Pop Art colora con tinte forti la realtà per raccontarla divertendo: questo fa l’arte contemporanea quando non si prende troppo sul serio.

 

La Pop quindi non è semplicemente arte ma un modo di vedere e descrivere la realtà, anche di viverla. Specchio della società consumistica e del tempo in cui viene realizzata, resta la stessa cambiando in continuazione, e, forse, è proprio questa la ragione del suo successo. Così oggi le icone rappresentate, gli oggetti che ne diventano protagonisti, non sono più Marilyn Monroe o la zuppa Campbell ma Kate Moss e l’Iphone. Sempre comunque “oggetti” di consumo elevati a protagonisti di dipinti o sculture, soggetti sempre riconoscibili in modo che tutti abbiano i mezzi per identificare quello che vedono e, se vogliono, per giudicarlo nel bene o nel male con disincantata ironia.

 

La Pop Art “storica” nasce in Inghilterra a metà degli anni cinquanta dall’incontro tra arte e cultura dei mass-media. Il suo scopo è quello di documentare senza alcuna finalità dissacratoria o di denuncia la cultura popolare americana (da qui il nome, nel quale pop è il diminutivo di “popolare”), trasformando in icone le immagini più note o simboliche tra quelle proposte dai mass-media.

Da sempre i mezzi di comunicazione (televisione, pubblicità, giornali) sono stati, infatti, fondamentali nella diffusione della cultura occidentale, sia nei suoi aspetti positivi legati al benessere che in quelli più ambigui, come l’eccesso di consumismo.

 

Oggi ai media tradizionali si sono aggiunti, ottenendo una popolarità sempre crescente tanto da metterli in ombra, il web e in particolare i social network che ne riprendono le finalità di comunicazione diffondendo informazioni, volti, musica, film. La loro profonda innovazione sta però soprattutto nel rendere protagonista quello che prima era il destinatario finale, e impotente, del messaggio.

Grazie a queste nuove realtà, facebook, twitter, pinterest, g+, youtube, vimeo… siamo tutti “popolari”, siamo tutti online, siamo tutti protagonisti, giochiamo a fare gli artisti.

 

E i veri artisti che dicono? Come si rapportano con questa realtà? Ha ancora senso rappresentarla in modo fine a se stesso?

 

 

 

 

 

Artisti in mostra

 

Valerio Adami (Bologna, 1935), Massimiliano Alioto (Brindisi, 1972), Dario Arcidiacono (Catania, 1967), Gabriele Arruzzo (Roma, 1976), Cornelia Badelita (Radauti, Romania, 1982), Alessandro Baronciani (Pesaro, 1974), Cesare Berlingeri (Cittanova, Reggio Calabria, 1948), Davide Bertocchi (Modena, 1969) in collaborazione con Samon Takahashi, Bertozzi & Casoni (Gianpaolo Bertozzi, Borgo Tossignano, Bo, 1957 / Stefano Del Monte Casoni, Lugo di Romagna, Ra, 1961), Nicola Bolla (Saluzzo, Cuneo 1963), David Bowes (Boston, USA, 1957), Bo130 (Milano, 1971), Tommaso Cascella (Roma, 1951), Guglielmo Castelli (Torino, 1987), Umberto Chiodi (Bentivoglio, Bologna, 1981), Marco Cingolani (Como, 1961), Stefano Cumia (Palermo, 1980), Vanni Cuoghi (Genova, 1966), Aldo Damioli (Milano, 1952), Francesco De Molfetta (Milano, 1979), Enrico T. De Paris (Mel, Belluno, 1960), Alessandro Di Carlo (Pescara, 1974), Fulvio Di Piazza (Siracusa, 1969), Matteo Fato (Pescara, 1979), Enzo Fiore (Milano, 1968), Daniele Galliano (Pinerolo, Torino, 1961), Galo, Anna Galtarossa (Bussolengo, Verona, 1975), Enrico Ghinato (Lendinara, Rovigo, 1955), Laura Giardino (Milano, 1976), Piero Gilardi (Torino, 1942), Fausto Gilberti (Brescia, 1970), Chris Gilmour (Stockport, Regno Unito, 1973), Alessandro Gioiello (Savigliano, Cuneo, 1982), Robert Gligorov (Kriva Palanka, Macedonia, 1960), Daniel Gonzalez (Buenos Aires, Argentina, 1963), Massimo Kaufmann (Milano, 1963), Thorsten Kirchhoff (Copenaghen, Danimarca, 1960), Mark Kostabi (Los Angeles, USA, 1960), Ali Hassoun (Sidone, Libano, 1964), Debora Hirsch (San Paolo, Brasile, 1967), Marco Lodola (Dorno, Pavia, 1955), Nicola Maria Martino (Lesina, Foggia, 1946), Gian Marco Montesano (Torino, 1949), Microbo (Catania, 1970), Elena Monzo (Orzinuovi, Brescia, 1981), Ugo Nespolo (Mosso, 1941), Ozmo (Pontedera, Pisa, 1975), Gianfranco Notargiacomo (Roma, 1945), Laurina Paperina (Rovereto, 1980), Sergio Pappalettera (Milano, 1961), Leonardo Pivi (Cesena, 1965), Michael Rotondi (Bari, 1977), Salvo (Leonforte, Enna, 1947), Maurizio Savini (Roma, 1962), Tino Stefanoni (Lecco, 1937), Marco Tamburro (Perugia, 1974), The Bounty Killart (Jacopo Marchioretto, Torino, 1981 / Rocco D’Emilio, Torino, 1981 / Dionigi Biolatti, Savigliano (CN), 1981), Giuseppe Veneziano (Mazzarino, Caltanisetta, 1971), Simone Zaccagnini (Pescara, 1982), Corrado Zeni (Genova, 1967)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mostra

 

Titolo                                       POPism
L’arte in Italia dalla teoria dei mass media ai social network

A cura di                                 Luca Beatrice

Dove                                         Fondazione Michetti

Palazzo S. Domenico – Francavilla al Mare – Chieti

Quando                                  Dal 21 luglio al 31 agosto 2012

Inaugurazione                   Sabato 21 luglio 2012 ore 19.00

Orario                                      dal martedì alla domenica | dalle 18 alle 23 | chiuso il lunedì

 

Biglietto                                 ingresso gratuito

Catalogo                                Edito da Vallecchi

 

Informazioni                       Fondazione Michetti

per il pubblico                   www.fondazionemichetti.it

fondazionemichetti@tiscalinet.it

Tel 085 4912347

***

 

Note di Luca Beatrice

su

POPISM

L’arte in Italia dai Mass Media ai Social Network

 

Contrariamente a ciò che pensano molti, la Pop Art non è un’”invenzione” americana. Nonostante sia stata New York all’inizio degli anni Sessanta la metropoli più rappresentativa di questa tendenza –grazie all’attività di artisti eccezionali come Johns e Rauschenberg prima, Warhol, Lichtenstein e tutti gli altri subito dopo- la storiografia ha definitivamente attribuito la paternità del termine Pop Art a Londra, posizionandola a metà del decennio precedente.

Richard Hamilton, scomparso nel 2011, già nel 1956 aveva coniato la definizione esatta di opera pop: “transitoria, popolare, economica, spiritosa, sexy, giovane, e soprattutto capace di generare grossi introiti economici”. In particolare c’è un lavoro, “Just what is it makes today’s homes so different, so appealing?”, un piccolo collage in cui Hamilton inserisce gli ingredienti della comunicazione di massa, gli emblemi della vita moderna, condendoli di un’ironia tutta inglese e di quel senso semiserio che i suoi conterranei chiamano appunto criticism. La parola POP compare su un grosso lecca lecca tenuto in mano dal personaggio maschile palestrato in primo piano (sembra –o è?- il Johnny Weissmuller interprete cinematografico di Tarzan), ma tutta l’opera è piena di riferimenti al mondo della comunicazione e dei mass media, entrati a pieno titolo nella cultura del Novecento ed esplosi proprio negli anni Cinquanta, dunque quando si afferma la Pop Art, grazie soprattutto alla televisione, che infatti campeggia come una scultura totem nel salottino di Richard Hamilton.

Rispetto agli americani, dunque, esiste una linea europea alla Pop Art che privilegia l’elemento critico e, pur provando una forte attrazione nei confronti della modernità mediatica, sembra però ricordarci che non è tutto oro ciò che riluce. Invece di produrre icone preferisce mettere in campo situazioni oblique e ambigue che necessitino diversi livelli di lettura. Una linea partita da Londra che “invade” pacificamente altri Paesi altrettanto ricettivi alla novità di un’arte fresca, immediata, divertente ma non per questo banale o superficiale. Stare al passo coi tempi è la condizione di partenza, poi, rapidamente, se ne impone un’altra: rispetto alle avanguardie storiche la Pop Art, nonostante abbia da tempo terminato il suo periodo aureo, non ha per niente esaurito la sua funzione storica. Anzi si è geneticamente modificata assumendo, di decennio in decennio, i tratti somatici delle nuove tendenze, travalicando inoltre i confini dell’arte visiva per invadere altre discipline e linguaggi, tra alto e basso, come la musica, la moda, il design, l’architettura, la scrittura, la pubblicità, la comunicazione.

Non a caso, infatti, si continua ancora oggi a parlare di arte pop e di cultura pop. Insomma questo straordinario palindromo, efficacissimo anche dal punto di vista grafico, continua imperterrito a influenzare la visione di oggi, condividendo tale eccellente destino con il Surrealismo, altro termine arricchitosi nel tempo, addirittura più utilizzato ora che nell’epoca di Dalì, Breton e Picabia. Pop e surrealista sono diventati aggettivi accostabili a qualsiasi sostantivo per definire un linguaggio dove anche lontanamente siano presenti quei caratteri di brillante superficialità o di sospensione onirica cui la parola subito rimanda. Hanno superato la prova del tempo, sono vivi, vegeti, attuali più che mai.

 

“Popism”, dunque, non è una mostra sulla Pop Art italiana e nemmeno un’operazione vintage di Pop Revival. Piuttosto, seguendo l’ispirazione del britannico “criticism” dove tra un dubbio e una certezza si sceglie sempre il primo, vuol disegnare un panorama insieme ironico e analitico, piacevole e intellettuale, immediato e complesso, caratteri che peraltro coesistono pacificamente nella cultura italiana. Il linguaggio prescelto, a parte qualche rara eccezione, è quello della pittura, e questo per due ragioni. La prima, perché il Premio Michetti, giunto alla 63° edizione (si sta parlando di uno dei concorsi artistici più longevi e accreditati nel nostro Paese) è principalmente un premio di pittura e come tale è giusto che il curatore si misuri con la mission originale senza avventurarsi in narcisistici stravolgimenti. La seconda, perché la pittura resta certamente lo strumento più adatto, almeno nell’arte, alla produzione di immagini persistenti, capaci di dialogare con il mondo della comunicazione, di volta in volta in modo concorrenziale e/o complementare.

Dal 1936, da quando Walter Benjamin pubblicò “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, viene posto il problema intorno alla persistenza della pittura, del fatto a mano, dal momento che qualsiasi immagine, con tecniche oggi peraltro impensabili dal filosofo tedesco, può essere tecnicamente riprodotta al meglio. Se ciascuno di noi può possedere la propria copia della Gioconda o della Marilyn di Andy Warhol, se il concetto di originale dell’opera d’arte non ha più senso, allora è giusto domandarsi perché e come un linguaggio così vetusto come la pittura riesca a sopravvivere a un tempo che sta eliminando molto rapidamente strumenti e riproduttori di immagini come la videocassetta e il dvd, la pellicola fotografica, il fax e, c’è da aspettarselo prima o poi, la televisione.

E invece persiste, eccome, e si rafforza proprio attraverso la capacità di non entrare in rotta di collisione con i new media ma, in qualche modo, di completarli attraverso storie parallele che mantengano un inalterato fascino di esperienza dal vivo. E’ la logica dell’imperfezione, il fascino dell’errore e dell’imprevisto, la sfida di rinnovare una tradizione culturale che nei secoli ci rese primi al mondo. Dal tempo in cui si cominciò a parlare di mass media (Marshall McLuhan scrive nel 1967 che il medium è messaggio, preconizzando l’arrivo del cosiddetto villaggio globale) fino all’attuale era dei social network, che stanno mettendo in atto una rivoluzione paragonabile a quella del treno, la pittura non ha mai perso la capacità di dialogare e di interrogarsi su quale fosse il proprio ruolo all’interno del sistema dell’arte contemporanea e nel più ampio universo della comunicazione. Oggi, peraltro, i giovani artisti ritengono più utile promuovere il proprio lavoro tramite facebook e twitter piuttosto che esporlo in piccole mostre, e probabilmente hanno ragione visto il pubblico potenziale infinito che i social network possono raggiungere. Ma la mostra, grande o piccola, è l’esperienza live, come un concerto, difficile pensarla di sostituirla o addirittura di saltarla tout court.

 

L’arco temporale di “Popism” ripercorre dunque il calendario a partire proprio dal 1967, anno del celebre testo di McLuhan, della fondazione dell’Arte Povera, dell’inizio dei moti di piazza che incendiarono l’Italia nel Sessantotto, ma anche delle storiche collaborazioni tra artisti e musicisti –in Inghilterra i Beatles e Peter Blake per “Sgt. Pepper’s” mentre Andy Warhol a New York produce e illustra il “disco della banana” per i Velvet Underground. Allora la Pop Art in Italia aveva temperature diverse, tra Roma, Milano e Torino. Mentre nella Capitale, dopo l’avventura di piazza del Popolo, gli artisti cercavano una via d’uscita dalla pittura attraverso la scoperta di materiali anomali (Cesare Berlingeri, Gianfranco Notargiacomo), a Torino Ugo Nespolo cominciava con lavori in linea con l’imminente poverismo, che lascerà quanto prima per approdare a un’altra rivoluzione, quella del postmoderno, Piero Gilardi elaborava i primi tappeti natura anticipando le tematiche ambientali urgenti nei decenni successivi, mentre Salvo non ha ancora compiuto l’approdo alla pittura figurativa che, dal 1974 in poi, lo vedrà in prima fila in quella che Renato Barilli chiamerà la “ripetizione differente” –pieno postmoderno dunque-, una mostra allestita allo Studio Marconi di Milano, stessa galleria che rappresentava Valerio Adami, pittore pop lombardo per eccellenza con lo sguardo e lo studio rivolti a Parigi. Nel medesimo ambito geografico si colloca anche il delicato lavoro di Tino Stefanoni tra memoria dell’arcaico e sensibilità postmoderna.

 

Negli anni Ottanta, con il successo del Made in Italy –fenomeno che dall’arte va alla moda, dall’architettura al design, dalla cucina al calcio (!)- si impone all’attenzione generale il fenomeno dei gruppi, e la Transavanguardia fa da traino per il crescente consenso dell’arte italiana oltre confine. E’ l’epifenomeno di una pittura che guarda dentro se stessa e ricerca il senso nella storia e nella tradizione, evidenziando un distacco dalla realtà che prima non c’era. Per quegli anni, peraltro di straordinaria creatività, vanno ricercate altre esperienze, in parte riconducibili a correnti (il Nuovo Futurismo con Marco Lodola), altre isolate (l’iperrealismo canalettiano di Aldo Damioli, la figurazione zuccherosa e popolare di Gianmarco Montesano), e comprende persino forme d’arte astratta, o comunque aniconica, come quella di Nicola Maria Martino e Tommaso Cascella, che nelle prove migliori hanno la flatness ludico-ironica dell’immaginario pop.

La generazione successiva, emersa tra la seconda parte degli Ottanta e i primi anni Novanta, è in questa edizione del Premio Michetti numericamente rilevante. Come non sottolineare infatti la condivisione tra diversi artisti e il curatore di un percorso comune, oltre che di quel ritrovato interesse nei confronti della realtà che sembrava prima sottotraccia. Se Daniele Galliano, Marco Cingolani, Nicola Bolla, Bertozzi & Casoni (pittori puri i primi due, cesellatore di ready made contemporanei il terzo, straordinari ceramisti gli ultimi) parteciparono al mio Padiglione Italia per la Biennale di Venezia del 2009, con altri è in atto un percorso di lavoro ormai decennale: con Massimo Kaufmann, capofila della “scuola milanese” che aveva fatto della fragilità la propria forza, poi approdato a una pittura astratta di gran qualità; con Enrico De Paris, fin dai tempi della pittura mediale, primi anni Novanta; con Maurizio Savini e Leonardo Pivi, entrambi scultori anomali che utilizzano materiali quantomeno strani (il chewingum rosa) o desueti (il micromosaico di tradizione ravennate); con Corrado Zeni, dove la pittura trae origine dal disegno e si immerge nel quotidiano. Tra le curiosità impreviste, che sempre dovrebbero animare il percorso di un critico, ecco spuntare il materismo organico di Enzo Fiore e l’iperrealismo meccanicista esasperato di Enrico Ghinato.

 

Nonostante la crisi del sistema Italia, le difficoltà croniche e strutturali, evidentemente il nostro Paese esercita ancora una notevole forza d’attrazione per gli stranieri, richiamati dalla tradizione dell’arte, dalla bellezza del paesaggio e (perché no) dalla qualità della vita. Soltanto rimanendo nell’ambito della pittura, si contano diverse presenze che giungono da diverse parti del mondo, a testimonianza del fatto che “globalizzazione” non è solo un termine a effetto: Mark Kostabi è ormai un americano de Roma e anche Thorsten Kirchhoff, danese, vive nella Capitale da oltre un quarto di secolo; Alì Hassoun, libanese, ha scelto Milano così come Robert Gligorov, l’inglese Chris Gilmour vive a Udine, la rumena Cornelia Badelita e il newyorkese David Bowes a Torino. Daniel Gonzalez, argentino, è un’anima migrante, con due telefoni e senza fissa dimora, mentre Debora Hirsch alterna lunghi soggiorni nel suo Brasile con periodici ritorni a Milano, da dove la sua carriera artistica ha preso inizio.

 

L’ultima sezione della mostra porta un sottotitolo, “Popism Remix”, e mette in scena il rimescolamento magmatico di arte e altro che ha definitivamente preso piedi a partire dagli anni Zero. Le categorie si confondono, gli ambiti pure, a favore di una vivacità culturale eterogenea ed eterodossa, senza una linea guida precisa, che vorrebbe, alfine, contribuire a edificare la zona progressiva e sperimentale del 63° Premio Michetti. Nel caos di segni e immagini c’è davvero di tutto: l’illustrazione (Alessandro Baronciani, Sergio Pappalettera), il pop surrealismo o Low Brow all’italiana (Gabriele Arruzzo, Dario Arcidiacono, Laura Giardino, Vanni Cuoghi, Giuseppe Veneziano), disegnatori folli, talentuosi (Fausto Gilberti, Laurina Paperina, Simone Zaccagnini, Michael Rotondi) e delicati (Guglielmo Castelli, Matteo Fato). E’ questo il luogo in cui la pittura remixa il suono (Davide Bertocchi) o si mescola con altri materiali (Alessandro Gioiello), la scultura/oggetto (Anna Galtarossa, Stefano Cumia, Francesco De Molfetta, The Bounty Killart), il bric à brac concettuale (Elena Monzo, Umberto Chiodi). Senza contare le differenti declinazioni di pittura pura (Fulvio Di Piazza, Massimiliano Alioto, Alessandro Di Carlo, Marco Tamburro) e il fondamentale contributo della Street Art (Galo, Microbo, Bo130, Ozmo), che dell’immaginario attuale è quello più diretto a un pubblico giovane di cui impareremo a conoscere sensibilità e urgenze culturali.

 

 

 

 

Category: Costume e società

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