Sarah e Yara, le differenze significative

| 5 Giugno 2012 | 0 Comments

Per Sarah si sta celebrando il processo, per Yara non c’è ancora nemmeno un indagato.

***

Per Sarah Scazzi era quasi la fine, il 26 di agosto, nel cuore ancora dell’estate e il caldo era afoso e continuava a dettare con i suoi orari le opere e i giorni.

Per Yara Gambirasio, era quasi la fine, il 26 di novembre, già nel cuore dell’inverno e il freddo era intenso e cominciava a condizionare con le sue gradazioni tempi e modi.

 

Sarah stava soltanto da un punto di vista burocratico in provincia di Taranto, in realtà i settemila abitanti di Avetrana si sentono parte del grande Salento e gravitano sulla città di Lecce, dopo che sulla cittadina di Nardò, e infine su Porto Cesareo, paese sul mare di poche migliaia di abitanti, che però ad agosto li moltiplica di venti volte. Yara stava in provincia di Bergamo, a Brembate, settemila anime nel mezzo della pianura padana con le valli dei monti ravvicinate e vicino il fiume Brembo, che fingono di credere alla favola dei Celti e della così detta Padania.

Ad Avetrana non ci sono fiumi, anzi i fiumi non sanno nemmeno cosa siano, nemmeno i monti e a meno che non siano andati altrove la neve non l’hanno mai vista. C’è dappertutto, appena fuori le case basse, o le villette più recenti del paese, nei dintorni, la terra rossa, arsa, sitibonda e poi i tronchi contorti degli ulivi che rappresentano ataviche sofferenze, come i vecchi portano incise nelle rughe i segni dei secoli, antichi come le viti di rosato, primitivo e negroamaro. A Brembate nevica forte in questi giorni e chissà se gelano i pianti delle cose, se questo freddo è la loro disperazione, in quei posti di villette abitate, di capannoni dimessi, di nuove aggregazioni di traffici e di commerci, del vai e vieni del postcapitalismo industriale.

Ad Avetrana parlano fra di loro il dialetto leccese e ne adattano poi in maniera efficace e brillante espressioni idiomatiche e cadenze particolari alla lingua italiana, quando si rivolgono agli estranei, tranne però gli anziani delle campagne, e così quando sono andati i giornalisti di “Chi l’ha visto?” a intervistarli, hanno dovuto mettere poi nei filmati delle loro dichiarazioni i sottotitoli in italiano: “Tuttu casa e fatia era drhu cristianu…Stia tutthu lu giurnu accompagna cu seccite te fatia…Nu sapia na festa, nu sapia nu barra” – “ Un uomo tutto casa e lavoro – stava tutto il giorno ad ammazzarsi di fatica – non frequentava feste – o luoghi pubblici”.

A Brembate parlano fra di loro il dialetto bergamasco, il dialetto più incomprensibile di tutta quanta l’Italia, dal lessico straniero, dalla fonetica stretta, dal taglio pesante e continuano a parlarlo per non farsi capire da chi non è del posto, tranne che passare a un italiano “televisivo” quando devono essi farsi capire dagli altri.

 

Ad Avetrana certe notti si consumano in auto fra le stradine non asfaltate di campagna, dopo un calzone e una birra al 102, mitico ormai luogo di aggregazione e vero e proprio ombelico del paese. A Brembate le notti non finiscono all’alba per la via e il posto della socializzazione è un centro sportivo di gravità permanente, da olimpiade quotidiana; presto lo diventerà un sempre mega e anzi gigagalattico centro commerciale, che stanno costruendo là vicino.

..

Ad Avetrana i giornalisti, i conduttori a vario titolo, i sedicenti esperti, i tuttologi di professione, avvocati, criminologi, psichiatri, dotti, medici e sapienti, nani saltimbanchi e ballerine e tutti gli animatori, quali bestie o domatori, pagliacci o intrattenitori, del circo mediatico, in nome del mostro sacro dell’audience, han fatto strame di Sarah, dei suoi assassini veri o presunti, dei suoi parenti, amici e conoscenti.

A Brembate non ci sono riusciti, almeno fino ad adesso e di Yara, della sua famiglia, dei suoi amici, anzi solo amiche, dei suoi conoscenti, abbiamo una rappresentazione forzatamente limitata e apparentemente lineare, semplice e circoscritta, in un microcosmo fatto di scuola, palestra, dieci numeri di telefono in tutto memorizzati sul cellulare.

Ad Avetrana sono andati in tanti a vedere, chissà poi cosa, di persona, nei fine – settimana da turisti per caso, attirandosi così le critiche limpidissime, quanto ipocrite, di coloro i quali con i loro servizi e i loro commenti li avevano spinti là: “Uno spettacolo indecente”. Non era invece indecente l’ambaradan di telecamere, cineprese, antenne satellitari, camion e microfoni piazzati 24/7 davanti le villette delle famiglie Misseri e Scazzi, però pure il sindaco a un certo punto, anche se in colpevole ritardo, si è rotto i così detti e ha emanato una giustissima, quanto opportuna ordinanza di chiusura al traffico dei tratti interessati.

Il sindaco di Brembate invece ha chiesto, per così dire intimato, rispetto a tutti e di tutti, a titolo preventivo. Poi, appena un inutile idiota se n’è andato in giro con un cartello che reclamava l’antica legge del taglione, retaggio diretto della dominazione longobarda, si è affrettato a rilasciare dichiarazioni di presa di distanza, di distinguo e di quant’altro possibile di buonismo in materia, strano destino di chi per anni ha seminato odio e ignoranza, contro i meridionali prima, contro gli africani poi e ha raccolto voti.

Nel Salento sono aperti e tolleranti, come chi è stato a lungo immigrato, come il papà di Sarah e sa cosa significa stare lontano dalla famiglia, vederla soltanto una settimana fra Natale e Capodanno e due ad agosto, per tutto il resto dell’anno dormire in baracche gelide, mangiare nei contenitori di ferro, parlare una lingua sconosciuta. Nel bergamasco sono chiusi e diffidenti, come chi mal sopporta quegli immigrati ai quali poi però affittano le loro stanze, affidano le loro fabbrichette e con i quali quindi costruiscono le loro fortune. …

Ad Avetrana mutatis mutandis tutto sommato e sottratto regge ancora la civiltà contadina, che tanto piaceva a Pier Paolo Pasolini, coi i suoi tempi e i suoi modi, i suoi ritmi e le sue consuetudini e vige ancora il matriarcato. A Brembate invece si è da tempo consolidato il dominio egoistico e consumistico della società industriale tanto detestata da Pier Paolo Pasolini, che ha annullato e sostituito con i propri disvalori ogni altro valore. In tutti e due i posti, però, trionfa la società televisiva contemporanea, l’ apparire, non l’essere, il pericolo dell’omologazione, della vera e propria dittatura sociale, la Cernobyl culturale, contro cui il lucido spirito profetico di Pier Paolo Pasolini tentò invano di mettere in guardia più di trent’anni fa, divenuto nel frattempo guaio estremo, pressoché irrimediabile. …

I giudici di Avetrana hanno cominciato così e così e hanno continuato così e così. I giudici di Brembate hanno cominciato malissimo e non sappiamo come continueranno.

 

…Nonostante i giudici di vespe e vinci, palombelle e sciarelle, durse e simone, sottili e spessi, meluzzi e garofani, bruzzoni e picozzi, e tutto quanto il resto del circo, non il tribunale, dove si sono celebrati i processi sommari mediatici, non sappiamo ancora chi ha ucciso Sarah e soprattutto perché.

 

Di Sarah Scazzi abbiamo imparato a conoscere tutto di tutti e anzi i suoi genitori, i suoi parenti, i suoi amici giorno dopo giorno ci sono diventati famigliari, volti noti, persone sulle quali ne sappiamo più che di tante altre persone reali della nostra vita vera. Certo, essi si sono prestati, indubbiamente ci hanno messo del loro, però i mezzi di comunicazione di massa si sono mossi con la grazia di un elefante nelle dimensioni costruite in maniera fragile e finanche trasparente di molti di loro. Semplice, ecco, più che fragile e prima che trasparente. Ora, una cosa che non ho mai capito, una cosa che mi fa orrore, una cosa che non perdonerò mai ai miei purtroppo colleghi giornalisti è quello che puntualmente accade: quando i protagonisti di fatti di cronaca sono professionisti, o persone di un certo livello economico, essi tacciono i veri nomi e mettono al massimo le iniziali; quando sono poveracci, non solo li indicano con il loro vero nome, ma abbondano pure di particolari anche intimi, o scabrosi, comunque riservatissimi che dovrebbero rimanere alla sensibilità particolare di ognuno di noi. Poi, nel caso di Avetrana, vero e proprio reality, con annessi e connessi talk – show, all’orrido non c’è stato proprio fine. Sono stati rivelati con insistito compiacimento particolari sulla vita, anche sentimentale, pure sessuale, dei genitori, degli amici, dei parenti di Sarah al di là di ogni ragionevole decenza: uno schifo, tout court, per dirla tutta precisamente. Di Yara Gambirasio non sappiamo niente di nessuno. Come per espiare nella fattispecie, da parte dei mass media, le colpe commesse altrove? O forse perché i genitori in primis non si sono prestati, nemmeno per la minima ragione, comunque di partenza per gli altri, per cui alzare il livello della comunicazione potesse in qualche modo favorire alle sorti della scomparsa? Oppure, invece, è perché siamo appena alle prime battute, perché è soltanto questione di tempo? …

Sarah aveva un diario, gli inquirenti lo hanno sequestrato. Sostanzialmente non c’era niente di utile alle indagini, eppure è stato filmato, stralciato, citato, divulgato in tutti i modi, senza ritegno, senza rispetto, senza pudore. Yara aveva un diario, gli inquirenti lo hanno sequestrato. Al momento nulla ne è dato sapere.

Sarah era perennemente senza credito sul cellulare e invece che rispondere ai messaggi che le arrivavano solitamente faceva uno squillo, anziché scrivere un sms. Aveva affinato una specie di codice particolare di comunicazione a base di suoni soprattutto con la cugina Sabrina, la quale – lavorando, anche se in maniera atipica e quindi potendosi permettere le ricariche, per quanto pure per ragioni economiche di minor costo – anzi degli sms aveva fatto un modus vivendi: ne mandava a tutti in quantità industriale, la vita insomma in diretta e condivisa, una specie di Facebook, o Twitter costantemente aggiornato, anche se doveva andare in bagno. “Sto tentando in bagno” è appunto il più famoso, o, meglio, il più, non sappiamo se volontariamente, o involontariamente, criptico sms di Sabrina Misseri all’amica Mariangela, fondamentale perché si incastra nell’orario presunto, vero o falso che sia, della morte della cugina. Yara, o, meglio, il suo telefonino risponde con un sms, l’ultima traccia tangibile che si ha di lei prima della sua definitiva scomparsa, ad un’amica che le chiede se sarà presente al prossimo appuntamento per una gara di ginnastica. “Si confermo”, c’è scritto, così, senza accento, né punteggiatura. Accento e punteggiatura a parte, a prima vista sembra troppo frettoloso, troppo scarno, soprattutto troppo burocratico, per essere stato scritto da lei in persona.

Per le comunicazioni telefoniche di Sarah e di tutti quanti gli altri e le altre, non sempre le celle cui si agganciano i segnali corrispondono alla esatta localizzazione geografica, fisica: insomma, ormai è chiaro, dopo tanti processi, pure televisivi, che quando ciascuno di noi adopera il cellulare ( e pure se non l’adopera, ma lo tiene acceso, in realtà ) lascia un segno più o meno preciso di dove si trovi, però per imponderabili ragioni tecniche non è detto che l’apparecchio usufruisca della stazione di radiotrasmissione del segnale più vicina, perché a volte succede che invece ne usi un’altra limitrofa, il che però vuol dire pure a parecchi chilometri di distanza. L’ultimo segnale del telefonino di Yara, vista l’ultima volta al centro sportivo intorno alle 18.30, la colloca alle 18.44 di quel 26 novembre a Mapello, a quattro/cinque chilometri da Brembate, dalla palestra che aveva lasciato, dalla sua casa dove non era tornata. Nella fattispecie, se l’aggancio del segnale sia corretto, quattro/ cinque chilometri in quindici minuti, sono molti, sono inspiegabili, sono addirittura angoscianti.

Il telefonino di Sarah venne ritrovato, anzi, fu fatto ritrovare, con le note modalità e le meno note motivazioni, dopo alcune settimane. Dopo alcuni giorni il telefonino di Yara non è stato ancora ritrovato.

Di Sarah non sappiamo ancora l’ora della morte esatta e man mano che passavano e stanno passando i giorni da quel 26 agosto la forbice delle possibilità, anziché restringersi, si allarga, con ciò seminando nuovi dubbi, al posto di raccogliere nuove certezze. Di Yara non sappiamo al momento se sia morta, o sia ancora in vita, comunque gli orari della scomparsa – cioè dell’ultima volta che è stata vista – e dell’ultima traccia che ha lasciato di sé paiono abbastanza circoscritti e molto precisi.

Sull’orario dell’ultima volta, o delle ultime volte, che è stata vista Sarah non ci sono certezze e gli stessi testimoni diretti, o indiretti, non sappiamo in base a quali motivazioni, cambiano, o tendono a cambiare, riscontri, a secondo che rilascino dichiarazioni ad altri testimoni, o ai giornalisti, o agli inquirenti. Per Yara ha parlato per ora soltanto un vicino, un conoscente, un compaesano, Enrico Tironi, un giovane che per quanto in maniera a tratti approssimativa, a tratti invece convincente, ha raccontato subito agli inquirenti e pure ai giornalisti di averla vista quella sera, già al buio, dopo le 18.30 parlare e anzi ridere con due altri uomini, uno di sicuro marocchino (?) o romeno (??) su di una vecchia auto rossa tutta ammaccata. Unica, enigmatica, anzi già contrastata e del tutto controversa testimonianza.

… Per Sarah a vario titolo è entrata in ballo una leggenda da strapaese, che parla di amori sofferti di tante ragazze per, a quanto pare, un vero e proprio sciupafemmine, Ivano Russo, bello e impossibile, con gli occhi neri e il suo sapor mediorientale, del quale ormai sappiamo tutto, comprese predilezioni gastronomiche e comportamenti sentimentali e sessuali. Bello si fa per dire, mi pare di poter affermare; impossibile pure; comunque più di ogni altra cosa, che il movente dell’omicidio di Sarah sia la gelosia – che gelosia sarebbe, senza implicazioni, o complicazioni sessuali, che agli atti mancano completamente, quella per le coccole e le smancerie da asilo infantile ? – è del tutto inverosimile. La leggenda da strapaese non c’entra dunque proprio niente.

Per Yara c’è quella che assomiglia a una vera e propria leggenda metropolitana, di ragazzine spaurite che ripetono l’una quella che ha sentito dall’altra, con le mamme che fanno le mamme, con i vecchi dei bar che danno conferma alle illazioni, come i racconti antichi dei pirati saraceni, che andavano a bordo delle loro navi pirata a rapine cristiani da sgozzare e qui si dice, si narra, si racconta e si tramanda che ci sia un gruppo di uomini brutti, sporchi e cattivi, che, non appena calano le tenebre, partono dai paesi vicini e vanno in giro a bordo di un furgoncino di colore bianco a insidiare, molestare e rapire per fini indicibili le giovani vergini che incautamente si aggirano per le strade deserte. Mi ci giocherei l’ultimo dei miei dollari, anzi, dei miei euro: questa leggenda metropolitana non c’entra proprio niente.

 

Per Yara proseguono le false piste investigative. E’ arrivata pure l’immancabile sensitiva, come in tutti i casi che si rispettino. Come in tutti i casi che si rispettino, con disarmante regolarità, nessuna maga, veggente o sensitiva che sia riesce mai a dare indicazioni precise, salvo poi tutte quante dire che avevano visto e previsto soltanto dopo. Pure il radio-amatore che avrebbe captato una conversazione sospetta, non manca mai, è un classico. Intanto si è parlato di una vendetta per cause legate al lavoro del padre, come se non fosse una ipotesi del tutto inverosimile ab origine: per quanto uno possa pure dar fastidio ad altri per questioni lavorative, come potrebbe l’infastidito, per quanto infastidito, soltanto pensare per questo di prendersela con una ragazzina? Come la morte di Samuele a Cogne, che avrebbero voluto spiegare con una presunta vendetta dei vicini, insomma. Ancora, un altro ragionamento incredibile già soltanto in teoria, sulla così detta “malavita organizzata”, che avrebbe ordito un rapimento e avrebbe trovato base organizzativa in Svizzera. che non è andato da nessuna parte, e per forza.

Poi, se un’istruttrice della palestra smentisce i cani riguardo all’entrata, principale, o secondaria ( e non è cosa da poco poterlo stabilire con certezza ) della palestra da cui Yara uscì quel venerdì sera, intorno alle 18.30 prima di scomparire nel nulla, le “macchine”, gli utensilì tecnologici, e tutte le diavolerie elettroniche hanno ugualmente fatto tutte quante, allo stesso modo, un buco nell’acqua. Il procuratore aggiunto della Repubblica di Bergamo, Massimo Meroni, ha tenuto una conferenza – stampa sul niente: e ha pure letto, su di un testo scritto, come se si trattasse di verità fondamentali, poche righe, per non dire nulla di concreto, emblematica rappresentazione dello stato di inconsistenza sostanziale in cui si di battono le indagini, a più di due settimane dalla “scomparsa”.

“Yara Gambirasio per noi e’ viva perche’ non abbiamo indicazioni in senso contrario, ma in questo momento non abbiano indizi seri. Non abbiamo indicazioni che Yara possa essere stata uccisa, quindi per noi e’ ancora viva. Il problema e’ che non abbiamo seri indizi su quello che realmente e’ accaduto. Non e’ emerso assolutamente nulla di anormale nella vita di Yara. Ma tutto e’ possibile, non essendoci nessun indizio serio o significativo. Non c’e’ nessuna ipotesi da ritenersi preferibile rispetto ad altre. Naturalmente non si lascera’ nulla di intentato, si fara’ tutto quello che c’e’ da fare. Tutte le persone che avevano qualcosa da segnalare sono state ascoltate”

Anche per Sarah ad Avetrana furono “seguite” nelle prime settimane le più stravaganti delle ipotesi: la badante rumena ( che per fortuna, a differenza dell’operaio marocchino di Brembate, almeno non fu arrestato ), la fuga d’amore, il maniaco di Facebook. Al momento, tre mesi e mezzo dopo, gli inquirenti hanno una loro verità processuale, basata sull’ultima – per il momento – versione dei fatti data dallo zio Michele Misseri, che manca però di argomentazioni logiche a sostegno: non c’è l’arma del delitto, non c’è un movente credibile, non ci sono riscontri oggettivi né di tempo, né di luogo, e non ci sono tante altre cose ancora. La figlia Sabrina, dal carcere, in cui è reclusa perché accusata dal padre e quindi dagli inquirenti del delitto, ha scritto una lettera, indirizzata al programma televisivo “Quarto grado”, che nelle ultime puntate aveva sia pur timidamente avanzato qualche dubbio sulla effettiva colpevolezza. Non sappiamo se l’abbia scritta materialmente ella stessa, o l’abbia dettata in qualche modo e chi l’abbia trascritta quanto sia stato fedele, poi quanto ci sia di autentico e quanto invece faccia parte di una strategia difensiva, e comunque ciò nonostante possiamo leggerla ed analizzarla.

“Grazie per questa possibilità che mi avete dato e per la solidarietà televisiva che sto ricevendo, perché ormai sono sola. Tutti mi danno addosso senza sapere nulla di me, della mia vita, delle mie abitudini, del mio modo di essere e di pensare e che mai avrei commesso questa atrocità, perché ho sempre agito per il bene di Sarah e di mia zia Concetta. Tutto quello che ho fatto è stato solo per amore nei loro confronti perché volevo ritrovarla al più presto. Io sono innocente e nessuno riesce a capire che non ho commesso nessun omicidio, per quale motivo avrei dovuto fare una cosa del genere. Continuo ancora a sentire che tutto secondo loro è avvenuto per una gelosia nei confronti di Ivano, ora basta!! E’ una cosa assurda pensare ad un evento del genere e che per tale motivo avrei ucciso Sarah. Io ho sempre voluto bene a Sarah e ho cercato sempre di proteggerla e, l’unico rammarico, è che non ci sono riuscita, tanto che ancora oggi non riesco ad accettare che non ci sia più. Mi manca la mia famiglia, voglio tornare a casa perché sono innocente e tutto ciò mi sta distruggendo e non riesco a capire ad oggi perché mio padre mi stia accusando ingiustamente perché ciò mi sta consumando poco a poco. Spero che queste mie parole NON VENGANO ULTERIORMENTE FRAINTESE perché lotterò sino alla fine per dimostrare la mia innocenza, anche se da dimostrare non ho proprio nulla perché queste cose brutte sono lontane dai miei pensieri e dai miei modi di agire. Spero inoltre che sia fatta la vera giustizia perché uscire dal carcere dopo queste atroci accuse porteranno le altre persone ad avere sempre un atteggiamento di dubbio nei miei confronti e ciò non lo desidero perché gradirei che tutti mi considerassero per quello che sono sempre stata. Per me giustizia non vuole dire solo che un processo vada bene ma la cosa più importante è che tutti capiscano che mai avrei potuto fare una cosa del genere, soprattutto a Sarah che per me era e continuerà ad essere sempre la mia sorellina minore.”

In sintesi: colpisce la semplicità e l’efficacia delle argomentazioni di Sabrina. Certo, di sicuro una colpa ce l’ha, poco, ma sicuro: essersi super – eccitata ed essersi sovra – esposta, nei giorni del misfatto, vai a sapere per quali motivazioni, psicologiche, psichiatriche, addirittura, comunque certo quello che ha fatto, consapevolmente, o inconsapevolmente, non è stato soltanto perché, come dice adesso, voleva ritrovare la cugina al più presto. C’è poi quell’aggettivo – “televisiva” – che spicca e rivela la convinzione evidentemente ben radicata in Sabrina che l’unica dimensione importante per le cose della vita sia quella televisiva. Ma da qui a darle la colpa dell’omicidio, c’è un’enorme differenza. L’impressione è che, se a Brembate siamo lontanissimi dalla verità, pure ad Avetrana il mistero sia ancora fitto.

 

Chi le ha viste?

Per Sarah gli orari probabili della “scomparsa” e quindi dell’omicidio, a distanza di quasi quattro mesi e nonostante tutte le applicazioni tecnologiche possibili e immaginabili, continuano ad essere imprecisi, anzi, contrariamente a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, invece che delinearsi meglio, con il prosieguo delle indagini, si defilano, sfumano, in maniera inversamente proporzionale. Continuano a spuntare testimoni che non si capisce bene perché spuntino soltanto adesso. Alcuni cambiano, altri non cambiano indicazioni di riferimento. Inutile dar conto di un simile pressoché inestricabile guazzabuglio.

Per Yara, dopo la testimonianza controversa e dibattuta, del primo testimone, il ragazzo vicino di casa, sono spuntati a pochi giorni di distanza due altri testimoni, che hanno avuto così il loro quarto d’ora di celebrità. Il primo, una guardia giurata in pensione, di origini siciliane, ho dedotto dal modo di parlare, e la seconda, una signora del posto. Concordano fra di esse. Però presentano due problemi. Primo problema: entrambi non hanno visto la scomparsa, bensì due uomini che litigavano fra di loro e dunque, pur essendo nel posto e nell’ora che coincidono con il probabile tragitto di Yara verso casa sua, chissà perché quei due uomini avrebbero dovuto litigare proprio per qualcosa di losco e non magari per l’Atalanta, o i regali di Natale. Secondo problema: sono in aperta contraddizione con quanto hanno “fiutato” i cani specializzati, che hanno portato gli inquirenti nella direzione totalmente opposta. Richiesto del suo illustrissimo parere al riguardo, nel talk – show televisivo di cui è ospite fisso, oltre ad essere parte in causa delle indagini in quanto, appunto, consulente di parte ( ma solo per Silvio invocano il conflitto di interessi? ) l’ex colonnello dei Carabinieri Luciano Garofano ha detto che i cani – pure “quei” cani – possono sbagliare, sostanzialmente, insomma, che c’è margine di errore. Peccato che in un’altra occasione, che io conosco di persona, essendone coinvolto e che quindi ho seguito con particolare attenzione, ebbe a dichiarare che i testimoni possono non essere attendibili: ma mi fermo qui, perché questa è un’altra storia, per quanto dirompente, perché poi apre scenari inquietanti su come i testimoni possano, o non possano essere considerati attendibili, soprattutto su chi decida ciò, e perché.

Per la serie, poi, la realtà ha più fantasia di noi, ecco invece il filo rosso.

Sembravano due casi così geograficamente lontani, distinti e distanti, e invece…Incredibile!

Sarah andava a mare a Torre Calimena. Siamo sulla costa jonica più alta del Salento: scendendo, c’è poi Torre Lapillo, poco dopo e comunque sempre a pochi chilometri il centro più famoso d‘estate affollatissimo di Porto Cesareo. Spiagge ampie di sabbia fina, a tratti con grossi ammassamenti alle spalle ( “le dune” ) e acqua sempre tiepida e accogliente, ché ci puoi camminare a piedi, dentro, per centinaia e centinaia di metri, quando c’è la bassa marea. Abbiamo scoperto da poco che tutte le estati, ivi compresa l’ultima, a settembre scorso, Yara andava a mare a Tricase porto. E’ cresciuta guardando le piccole imbarcazioni al riparo dell’insenatura artificiale, le reti al sole, le lingue di sabbia sistemata fra gli scogli, le case basse fra le stradine del paesino sul mare. I nonni paterni sono originari di quei posti, Tricase paese proprio, per la precisione e una casa hanno mantenuto a Tricase porto. Ce ne sono ben più di tre, di case, ormai. A settembre però non c’è più il bruciore della siccità e la luce non è più sfavillante, bensì attenuata. I profumi però sono più intensi e struggenti. Non c’è più la ressa dei mesi precedenti. La strada che scende lungo la costa e fa paese dopo paese, località dopo località, è facilmente percorribile. A Tricase ormai il grande Salento si è già ben delineato: lungo l’Adriatico ha dato già molti posti incantevoli, ma si prepara ancora a creare le meraviglie del canyon del Ciolo, poco dopo, prima di arrivare a Santa Maria di Leuca, finibus terrae. A Tricase, ben spostata verso il capo, siamo già a cinquanta-sessanta chilometri da Lecce. Avetrana sta dall’altra parte e da Lecce ne dista una trentina. Il Grande Salento. Parlare quindi di una vicinanza geografica, non è propriamente corretto. Parlare di una geografia dell’anima in comune, una geografica salentina, invece sì.

 

I genitori

Sono due le cose che colpiscono nella conferenza – stampa che i genitori di Yara hanno tenuto martedì 28 dicembre, con ciò ponendo fine ad un silenzio e a un buio che duravano fin dall’inizio di quest’altra brutta storia e dunque da oltre un mese. La loro convinzione – e non, si badi bene, speranza – che la figlia sia ancora viva, in primo luogo. Ovviamente, allo stato dei fatti, sembra invece che di semplice e pure vana speranza si tratti, a meno che essi e gli inquirenti non sappiano qualcosa tenuta nascosta a tutti gli altri. Però pare strana l’ipotesi del rapimento, per la semplice ragione che non se ne riesce ragionevolmente a trovare una finalità. Come pure l’allontanamento volontario, escluso subito. Eppure sono le due sole ipotesi per cui Yara potrebbe essere ancora viva. Ma sulle congetture non si costruiscono mai ragionamenti concreti. Poi, il tono dimesso, nemmeno pacato, proprio prostrato, che hanno denotato. Se effettivamente pensano o sanno che Yara sia ancora viva, ben altro spirito, focoso e battagliero, avrebbero dovuto usare e dimostrare. Certo, una prova del genere è pesantissima, quasi disumana. Poi, sì può capire la loro volontà di vivere il loro dramma in privato, proprio quale stacco evolutivo, e contrappasso ostentato ed estremo nei confronti di quanto accaduto un po’ per tutti nella vicenda di Sarah. Non si capisce – almeno, non lo capisco io, e sia ben chiaro esprimo tutto questo con umana comprensione, e solidale compartecipazione, per chi deve affrontare buna simile bruttissima esperienza – quel mostrarsi e per la prima volta così umili, trasandati, con gli occhi bassi.

La mamma di Sarah ha vissuto il dramma in diretta, specie nel momento più drammatico, la pagina più terribilmente scioccante della televisione italiana. Apparve, continua ad apparire, in linea con tutti gli altri protagonista della vicenda, vissuta sempre nella dimensione multimediale e anzi nella sovraesposizione mediatica. Quanto al papà di Sarah, egli ha subito tutto ciò e ne è uscito devastato nell’intimo privato.

 

Silenzi, sussurri e grida

A cinque mesi di distanza dal giorno della scomparsa, ci sono soltanto due certezze, nella storia di Sarah: che è morta, e che lo zio Michele Misseri ne ha occultato il cadavere ( perché egli stesso ha condotto gli inquirenti nel pozzo di contrada – Mosca, dove l’aveva seppellita e dove soltanto lui dunque poteva sapere si trovasse ). A due mesi di distanza dal giorno della scomparsa, non c’è nessuna certezza, nella storia di Yara, di cui niente al momento è dato sapere.

Del caso di Sarah Scazzi si continua a trattare diffusamente, giorno dopo giorno, su tutti i giornali, i telegiornali e gli appositi programmi dedicati: com’era cominciata, per gli imponderabili meccanismi dell’informazione, sotto l’attenzione spasmodica dei mass – media, così questa emblematica vicenda è continuata, in diretta, nei suoi sviluppi e così chiaramente continuerà chissà fino a quando. Del caso di Yara Gambirasio da alcuni giorni non si parla più, perché i genitori, con una decisione che appare incomprensibile, hanno chiesto il così detto “silenzio – stampa” sulle indagini, come se gli inquirenti fossero una squadra di calcio in difficoltà, prontamente accolto un po’ da tutti, con una decisione che appare ancora più incomprensibile: ora, se evitare le sovra-esposizioni mediatiche e anzi le degenerazioni, a volte pure squallide, verificatesi ad Avetrana e dintorni, è cosa buona e giusta, come è del resto avvenuto finora, a Brembate e dintorni, è cosa cattiva e ingiusta far cadere una cappa di silenzio sulla vicenda, controproducente per i suoi sviluppi successivi, anche se, chiaramente, non durerà per molto.

Possiamo ragionare comunque su quanto sappiamo; non possiamo ragionare su quanto non sappiamo, ammesso che esista. Cosa voglio dire? Voglio dire che le nostre considerazioni sono limitate a quanto emerge e non conosciamo se esistea dell’altro, nelle indagini, che non viene reso noto, come, sia chiaro, ci auguriamo, per quanto ciò sia soltanto un auspicio. Infatti: pare che in entrambi i casi ci si sia limitati alle prime e più facili ipotesi, su cui siano state fatte ruotare le inchieste, senza aver allargato la considerazione ad altri, per quanto più difficili, per quanto più inquietanti, scenari.

Con il lume, forzatamente fioco, ma non mai spento, della ragione, possiamo dunque ragionevolmente supporre che se subito fossero state considerate altre possibilità – per quanto più difficili, per quanto più inquietanti – ora non ci troveremmo in entrambi i casi nell’attuale situazione sostanzialmente di ignoranza e di stallo nell’ignoranza.

Comunque, per quanto riguarda Yara, negli ultimi giorni abbiamo potuto sapere soltanto che paiono definitivamente cancellati, perché – c.v.d. e si confronti quanto scritto nelle precedenti occasioni – verificati inattendibili i presunti testimoni, che l’avrebbero vista quella sera sulla strada di casa, o che sulla strada di casa, quella sera, avrebbero visto due uomini non meglio identificati litigare fra di loro. Decine di ore di interrogatori, centinaia di interviste ma va bene così: meglio tardi che mai.

 

Ora, per le dinamiche strutturali dell’accaduto, per il fiuto dei cani, per il gioco delle celle telefoniche, tutto lascia credere che Yara abbia preso quella sera tutta un’altra direzione, verso il cantiere di Mapello, dove se ne perdono le tracce. Quando poi abbiamo detto poco fa che bisogna considerare altre possibilità, non volevamo dire che esse debbano essere trovate come un ago in un pagliaio, o sperare che giungano per qualche fortunato accidente. Verosimilmente ci sono altri punti di partenza, anzi, di ripartenza e dico questo senza ovviamente conoscere niente altro, oltre a quanto detto, o meglio, soltanto accennato, dai mezzi di informazione. Quanto avvenuto non può essere soltanto un caso e bisogna allargare il campo delle ipotesi ripartendo dal perché Yara è andata quella sera al centro – sportivo, da chi poteva saperlo, da chi poteva conoscere la circostanza, da chi si sia potuto trovare là non certo per caso. Dico questo semplicemente ragionando sul poco che posso sapere. Altro non so al momento e al momento non posso dire.

Su Sarah invece negli ultimi giorni tante grida, per giunta amplificate, in una vicenda che, invece di andare avanti per questo e anzi proprio per questo, pare sempre di più aggrovigliarsi su sé stessa, in un guazzabuglio pressoché inestricabile, se non si trova la forza di troncare di netto il nodo delle varie, successive, completamente opposte, oramai dunque tutte quante semplicemente inattendibili, di Michele Misseri, e aprirsi invece a quelle ben altre possibilità appena poco sopra qui evocate.

Grida, anzi vere e proprie stonature, uno squallore unico, un altro ancora, purtroppo, per dirla tutta, negli ultimi giorni, si sono levate per il calendario che un’associazione di sedicenti animalisti e personaggi di varia estrazione ad essa collegati ( dal così detto “tronista” di turno, al sindaco del paese ) ha realizzato a suo dire per beneficenza, a suo dire in memoria di Sarah. In realtà ognuno ha fatto quanto ha fatto per il proprio tornaconto, vuoi di bottega, vuoi di “immagine”. Purtroppo, in generale, non si riesce più a fermare la spirale vergognosa della presunta beneficenza oramai uniformemente diffusa, che in realtà nasconde speculazioni commerciali precise e solide. Nella fattispecie, il tocco di ulteriore degrado, la presentazione dell’iniziativa, cioè l’occasione mondana, come ormai sono diventate quasi tutte le così dette conferenze – stampa”, tenuta nello stesso posto in cui era stato dato l’addio a Sarah.

Intanto, i sussurri di Avetrana ( il paese è piccolo, la gente mormora ) continuano a giurare – anzi, ora ne hanno ben donde – sull’innocenza – vox populi, vox dei – di Michele, per il resto sempre più uno, nessuno e centomila, fra orco, demonio, carnefice, santo, vittima, auto-sacrificato e le altre novantanove mila novecentonovantaquattro identità a lui sovrapponibili.

Certo è che proprio io, con le mie orecchie, nella solita parata del carrozzone acchiappa – audience del programma televisivo di turno, ho potuto sentire, dalla lettura dei verbali degli ultimi interrogatori di Michele Misseri, una cosa allucinante. Ora ve lo dico. Un momento, però, prima, perché io continuo a scandalizzarmi. Infatti, continuano a uscire, a essere divulgati, in maniera indecorosa, se non altro perché dopo tutte le assicurazioni in contrario e senza che mai nessuno ne debba rispondere, né soprattutto chi li fa uscire, né pure però chi li divulga, atti giudiziari, coperti dal segreto istruttorio. E io continuo a scandalizzarmi. Io che ho obbedito ( della giustizia, per quanto sappia bene che sia fatta dagli uomini, dunque sia fallibile, ho però una concezione sacra ) all’ ex sostituto procuratore della repubblica di Mondovì, il quale mi specificò che non potevano essere divulgati gli atti dell’inchiesta sulla morte di Edoardo Agnelli, anche senza capirne le motivazioni da lui addotte, dopo quasi dieci anni e a vicenda giudiziaria strachiusa ( confronta l’intervista rilasciatami in “Ottanta metri di mistero” ).

Chiusa parentesi. Veniamo all’allucinante. Dai verbali degli ultimi interrogatori resi da Michele Misseri e divulgati dal programma televisivo “Quarto grado” di venerdì 21 gennaio, emerge che l’imputato ha riconosciuto come da lui stesso scritte e in piena libertà le lettere in cui adesso scagiona la figlia Sabrina precedentemente accusata, però poi non riesce a leggerle. Questo è quanto. Ora siccome chi sa soltanto leggere e chi sa soltanto scrivere esiste esclusivamente nella barzelletta sui Carabinieri, anche quest’ultima versione di Michele Misseri pare subito piena più di ombre nascondenti che di luci rivelatrici.

Pare – relata refero – che gli inquirenti, concentrati oramai sull’ipotesi della colpevolezza di Sabrina, considerino ininfluente quest’ultima versione. Però pare proprio che non si siano chiesti perché egli l’abbia formulata, in che circostanze, con quali finalità. Sono domande dalle cui risposte l’inchiesta sulla morte di Sarah potrebbe ripartire in maniera più solida e soprattutto più veritiera. Anche perché il presunto movente di Sabrina – la gelosia nei confronti della cugina – come ho ragionevolmente sostenuto qui in precedenza – mi pare del tutto inconsistente.

E allora? Se non è stato Michele, se non è stata Sabrina, chi è stato? Non lo so. Non sono un carabiniere ( che sa leggere e scrivere ) o un poliziotto. Non sono un magistrato. Tanto meno sono un veggente. Ho mezzi limitati. Ma sono un giornalista, un intellettuale: posso ragionare, soprattutto, sia pur coi miei mezzi limitati, posso cercare la verità. E’ quello che sto facendo, anzi, che sto facendo insieme a voi, anche questa volta, nelle vite parallele di Sarah e di Yara, per passione, per amor di verità e per vedere poi soltanto da quanto la cronaca quotidianamente ci propone – e scusate se è poco, ma è quello che si dovrebbe sempre fare, soltanto questo e basta, senza esagerazioni, o storture – che cosa cambia, nel bene e nel male, della nostra identità di contemporanei.

Vicino e lontano

 

Poi è toccato a Yara. E’ stata ritrovata morta a dieci chilometri da casa, in un campo di erbacce e sterpaglie, in una zona piena di villette e fabbricati, poco lontano dalla caserma dei vigili urbani, centro di coordinamento delle ricerche, il pomeriggio del 26 febbraio, a tre mesi esatti dalla sua scomparsa.

L’aeroplanino telecomandato di alcuni bambini che giocavano lì vicino è andato a planare proprio vicino al corpo, in tale avanzato stato di decomposizione, da far legittimamente supporre che si trovasse là fin dalla sera del 26 novembre.

Ciccio e Tore, i fratellini di Gravina, sarebbero ancora cadaveri in fondo al pozzo del casolare abbandonato, in pieno centro del paese, dove tutti erano soliti andare a giocare, se mesi e mesi dopo un loro coetaneo non fosse precipitato proprio lì.

Desta sconcerto il fatto che proprio i casi più eclatanti e famosi, degli ultimi anni, siano diventati complicatissimi, pieni di dubbi e misteri, anche là dove non ce n’erano, o erano facilmente risolvibili. Invece…

Come si faceva a non guardare, o come si faceva a guardare evidentemente malissimo, proprio in uno dei posti dove era più probabile, comunque più normale, ritrovare quegli sfortunati ragazzini, che non hanno ancora giustizia, cercati a casaccio e senza ipotesi credibili, sempre a lume di ragione, proprio perché cercati a casaccio e senza ipotesi credibili. Sarebbero stati salvati, forse anche dopo quarantotto ore da quella notte, se a qualcuno fosse venuto in mente la prima cosa che doveva venire in mente: che erano andati a nascondersi là, perché spaventati e che poi qualcosa era successo, presumibilmente in maniera accidentale.

 

Probabilmente ( quando scrivo queste note non sono ancora noti i risultati precisi delle analisi scientifiche ) Yarah era già morta, o è stata ammazzata là, dove è stata abbandonata, a coltellate. Però le domande vengono spontanee: ma come l’hanno cercata? E come sono state condotte le indagini?

Ci sono domande multiple, che hanno una sola risposta: male.

Pur con l’ausilio delle più sofisticate tecnologie, vorrei dire proprio perché con l’ausilio delle più sofisticate tecnologie, si perdono però di vista le ipotesi più logiche e le modalità più semplici e si finisce col complicare fino all’inverosimile, anzi, a volte col non risolvere proprio nulla, come, ribadisco, hanno raccontato gli ultimi casi di cronaca nera più famosi, perché finiti all’attenzione spasmodica dei mass media.

Pure i colleghi giornalisti in linea di massima seguono pedissequamente le informazioni avute dagli inquirenti, non li incalzano, si limitano a registrare il loro operato, non sono quasi mai, cioè nella maggior parte dei casi, investigativi essi stessi, critici, propositivi.

Ribadisco: anche che il silenzio – stampa chiesto dai genitori di Yara appare incomprensibile, con motivazioni ancora più incomprensibili. Più incomprensibile e ingiustificabile di tutto, però, deleteria e dannosa, soprattutto proprio per le indagini, la pedissequa accettazione da parte dei giornalisti, di un fatto che non stava né in cielo, né in terra.

Le indagini ora devono ripartire da una circostanza: la sim telefonica, ma non il telefonino, trovata vicino al corpo di Yara. Ma non erano stati fatti, o non erano in corso, tutti i rilievi sofisticatissimi del caso?

Insomma, di nuovo e ancora con più forza: ma come sono state fatte queste indagini?

La stessa domanda, per l’omicidio di Sarah. Ora gli inquirenti hanno arrestatoli fratello e il nipote di Michele Misseri, con l’accusa di averlo aiutato a nascondere il cadavere, di un assassinio di cui siamo ancora siamo ben lontani dal capire il colpevole. Così, a semplice riflessione immediata, anche quest’ultima circostanza appare più che altro un accanimento ingiustificato su di un’ipotesi – l’unica – globale costruita e perseguita fino ad adesso contro tutti, ma soprattutto contro tutti. Vicino ad Avetrana, intanto, è andato di nuovo, come andò a Garlasco, Fabrizio Corona, ingaggiato e inviato da Canale 5, o il suo programma della domenica, o la “testata” giornalistica corrispondente, è lo stesso: la stessa vergogno.

Questa volta è stato capace di fare irruzione a casa della mamma di Sarah per estorcerle un’intervista. Non che gli ospiti seriali di Bruno Vespa, e di Claudio Giachino, o Salvo Sottile, siano migliori – la logica è quella: il protagonismo egoistico e il narcisistico compiacimento – ma Corona ha sempre un tocco di squallore in più, riesce sempre a far diventare ancora più torbido e mortificante tutto quanto di quello che c’è dove va a ficcarsi.

Chi le ha uccise?

L’impressione è confermata: più passano i giorni, più i casi degli omicidi di Yara Gambirasio e Sarah Scazzi, nonostante siano diventati incredibili fenomeni mediatici, invece che chiarirsi, si complicano e la verità, anziché vicina, appare più lontana.

Ma come sono state fatte queste indagini, allora? Male, poco, ma sicuro. Alcuni errori commessi dagli inquirenti sono evidenti, altri possiamo soltanto intuirli, dal nostro punto di osservazione svantaggiato. Poi, ci hanno messo del loro i giornalisti, ancor più i così detti conduttori televisivi, che non hanno controllato, non hanno incalzato, hanno bevuto quello che era offerto e si sono scatenati soltanto sugli aspetti più appariscenti ed eclatanti, però proprio per questo più deteriori e fuorvianti; i commentatori sedicenti esperti, i pensionati ancora attivi in conflitto d’interessi con sé stessi e l’universo mondo, gli speculatori dell’audience e via a seguire nani, saltimbanchi e ballerine del circo mediatico.

Al momento, per Yara Gambirasio non si conosce pressoché nulla di rilevante. Chi evoca adesso la pista satanica, o comunque esoterica, fra l’altro senza nessun elemento concreto a sostegno, contribuisce a far confusione, in luogo della necessaria chiarezza. Del resto, se il sonno della ragione genera mostri, nelle indagini esso genera fantasie di serial killer, vampiri, demoni e marziani. Una buona e prolungata dormita c’è stata anche per Yara Gambirasio. Eppure, l’ipotesi più semplice, più credibile, la prima che bisognava formulare e sviluppare, lavorandoci su in maniera esclusiva, sarà quella risolutiva.

 

Ora, non mi stancherò mai di ripeterlo, le indagini devono essere fatte da questori, commissari e brigadieri; i processi, dai giudici ( e nelle sedi opportune ); e i giornalisti invece devono verificare il loro operato, mettersi in posizione sempre critica e mai passiva, cercare la verità per quello che possono. Non è poco. Faccio un esempio. Quando i genitori di Yara dichiararono che erano convinti che Yara fosse viva, ora è chiaro, lo dichiararono perché era stato detto loro dagli inquirenti, in maniera straziante, alla luce degli sviluppi successivi, e ancora senza elementi concreti, e lanciarono quindi, in quella straziante e surreale conferenza – stampa che tutti abbiamo visto in differita come un’allucinazione, un appello ai “rapitori” affinché la liberassero. Ora: ci fosse stato uno che sia andato a verificare il come e il perché!! Un altro esempio? Quelli che hanno visto troppi film, troppi reality e talk show e letto pochi libri, e nella fattispecie hanno inventato, o comunque supinamente rilanciato, la pista satanica, con tanto di disegni e di sacrifici.

E allora: Yara è stata uccisa – probabilmente senza premeditazione, in seguito a chissà quale circostanza contingente – da qualcuno che la conosceva, con il quale era in rapporto di famigliarità, o comunque di intimità, quanto meno di fiducia, con il quale o sapeva di incontrarsi, o ne aveva ragionevole presunzione, quella sera, nel giro della palestra, o dei vicini di casa.

Invece, per scoprire chi ha ucciso Sarah Scazzi bisognerà andare oltre le verità processuali fin qui acquisite, fra l’altro male, fra l’altro in ritardo, fra l’altro in maniera ondivaga e contraddittoria.

Qui ci si accanisce su ipotesi che razionalmente sono credibili poco, come i raptus sessuali di Michele Misseri, e punto, come la “gelosia” di Sabrina Misseri.

Si continuano ad arrestare ( e poi liberare ) persone; a mortificare gli avvocati difensori; a dare credito a testimoni a scoppio ritardato – di nuovo – poco e punto credibili.

E allora: Sarah è stata uccisa chissà dove e chissà quando, da qualcuno non ancora identificato, presumibilmente per ragioni che rimangono ancora sconosciute.

_____________________________

Una giornata ad Avetrana

Beh che volete? Negli anni scorsi ero andato a Cogne, a Novi Ligure, ad Erba, a  Garlasco…C’ero andato per studiare dal vivo e in diretta, per scrutare ansiosamente dai fatti di cronaca più eclatanti, quelli che sono entrati irresistibilmente nel nostro immaginario collettivo, che cosa cambia, nel bene e nel male, anzi, al di là del bene e del male, nella nostra vita quotidiana, nella nostra organizzazione sociale, nella nostra identità di contemporanei.

Non appena ci saranno novità sostanziali andrò anche a Brembate.

Intanto, turista non per caso, da studioso, da testimone, da critico del tempo, per di più là dove, nella fattispecie, stanno le mie radici ( imprescindibili: sono importanti, anzi, che dico importanti? Sono fondamentali, le imprescindibili radici, perché questa terra è la mia terra ) sono andato anche ad  Avetrana.

Non appena ci saranno novità sostanziali andrò poi anche a Brembate.

 

L’ Alessandra ha portato a Sarah i fiori del bene, i primi di una ancora incerta primavera, nel lento inverno del Salento, e un bigliettino semplice, ma sentito, di sincera commozione; io le ho portato i miei pensieri, e un anelito di una verità che pur mi sembra ancor lontana.

 

Avevo già scritto in presa diretta delle morti parallele di Sarah e Yara ( scusandomi per l’autocitazione, rimando chi fosse interessato alla home page del mio sito personale ) e ne trarrò le conclusioni soltanto in presenza di fatti certi degli sviluppi successivi.

 

Intanto adesso dovevo andare proprio là.

 

Benché, soltanto da un punto di vista amministrativo, si trovi in provincia di Taranto, Avetrana, per storia e geografia, per lingua e costumi, fa parte del Salento.

Da Lecce è facile e breve arrivarci.

Lasciatevi alle spalle la città e prendete la strada che porta direttamente all’approdo più vicino della costa jonica, a Porto Cesareo.

Senza entrare nella rinomata località, appena prima, un’altra strada, costiera, vi conduce a Torre Lapillo, prima e poi a Torre Colimena, un’altra delle storiche costruzioni di cui sono piene entrambi i lati del Salento proteso nel mare infinito, poco reale baluardo contro le invasioni saracene e molto palliativo di speranza, affermazione di salvezza.

Dalla torre al centro abitato si può arrivare agevolmente anche a piedi.

Le case basse tipiche dei paesi del Salento, lo slargo col municipio e le vie d’intorno alberate, congestionate dalle macchine vecchie usate inutilmente, o impropriamente parcheggiate, dei residenti, le scuole, la farmacia, i negozi a conduzione famigliare.

Non ci posso credere, un carretto come negli anni Cinquanta con ogni genere di mercanzia in vendita al dettaglio; poi pure quello – mestieri antichi sopravvissuti incredibilmente – dell’arrotino.

Il benzinaio indifferente al giorno e in attesa dei rari clienti sulla piazza ci guarda un po’ complice, un po’ stranito fin dal primo passaggio, mentre cerchiamo di orientarci e continuiamo a passargli davanti senza fermarci.

Capisco che siamo arrivati nei pressi di via Grazia Deledda quando un’auto dei Carabinieri si mette dietro a noi e ci segue passo passo. Tranquillizzo l’Alessandra, al volante: non ce l’hanno con noi, almeno fino a che giriamo tranquilli; deve essere la prassi, ancora adesso, per tutti i forestieri.

Infatti, per quanto non fosse la nostra meta, passiamo dalla via a lungo assediata dalle dirette televisive e dalle impietose e devastanti curiosità più morbose.

E’ un tratto del paese dominato da un silenzio assordante. Si respira l’isolamento. E’ come se un cordone sanitario l’avvolgesse per tutto quanto il perimetro che si percorre girandola in ossequio alle due stradine a senso unico che la delimitano.

La casa di Michele Misseri ci appare nascosta alla vista da teloni verdi, lunghi e larghi, di quelli usati dai contadini per la raccolta delle olive, spianati sul davanti a ridosso del cancello per tutta la loro ampia estensione.

Non siamo “i soliti curiosi”, neanche ci fermiamo. I carabinieri ci abbandonano quando troviamo la vicina strada che porta al cimitero.

 

Fuori dal paese, con due alti cipressi davanti che si vedono da lontano, al camposanto di Avetrana c’è il silenzio del vento e dell’aria della campagna.

La tomba di Sarah è subito all’inizio, appena varcata la porta d’ingresso.

E’ una specie di monumento, ma un monumento al cattivo gusto. Non per la foto, grande e suggestiva, della ragazzina, giustamente in evidenza, nemmeno per la composizione in sé della struttura, anzi umanizzata, direi, addirittura, insomma, ingentilita, nobilitata, addirittura, dai fiori e dalle altre ancor oggi numerose presenze dei visitatori, ma per la targa didascalica posta sulla base.

Potevano bastare le parole del ricordo: e invece qualcuno ha creduto opportuno elencare l’origine, la provenienza, gli autori, i collaboratori, i partecipanti, gli sponsor insomma, addirittura, in perfetto stile da spot pubblicitario e del resto, purtroppo, in perfetta simbiosi col clima televisivo in cui tutta quanta questa triste e a tratti assurda vicenda si è consumata e si sta ancora dibattendo.

Ne capiremo meglio gli esiti e gli sviluppi con le verità giudiziarie che verranno fuori dai processi, a cominciare dal primo attualmente in corso.

L’impressione è che ancora una volta e già subito la verità vera sia diversa da quella processuale, che tanti aspetti debbano ancora mergere, o essere individuati.

L’altra impressione, quella che si ricava direttamente in loco, invece, è di isolamento, estraneamento, alienazione, assurdo: quelle tende che coprono la casa dei Misseri ne sono l’icastica rappresentazione.

Avetrana, paese del Salento, all’estremo sud, di povertà atavica; di emigrazioni continue, in cerca di un minimo di benessere, se non altro di un sistema in cui poter vivere; faticosamente alla ricerca, caso per caso, di riscatto, di protagonismo; di inverni lenti e di estati dirompenti; di campi e di stradine di campagne, di viti e di olivi; di onore e di rispetto; di chiacchiere e di pettegolezzi di paese, di protagonismo contemporaneo quale risposta all’isolamento atavico, ecco, Avetrana, dopo l’orda massmediologica ha steso finalmente quel pietoso velo del silenzio intorno a vittime e carnefici, un velo verde, come quelli che i suoi contadini mettono d’autunno sulla terra rossa, sitibonda, dove raccolgono dai secoli dei secoli le olive fatte cadere dai tronchi contorti e scheletrici, simbolici e metafisici.

Category: Costume e società

About the Author ()

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Connect with Facebook

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.